L'ITALIA VISTA DAGLI STRANIERI..

sabato 10 settembre 2011

QUALI ERANO GLI EFFETTIVI RAPPORTI TRA FASCISMO E ISLAM?


Forse non tutti sanno che la prima richiesta di edificazione della M oschea di Roma pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora.
Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l’autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell’Islam getta molta acqua su questa leggenda.
Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all’edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto ‘costernato’ alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità”.
L’informazione, desunta da un articolo del Turkish Daily Newsdel 25 ottobre 2000, concorda in sostanza con quanto ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d’Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l’idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile.
(Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell’epoca si era dichiarato contrario all’edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).
Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l’interesse di Mussolini per l’Islam potrebbe avere “le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell’Islam vergate da Nietzsche”.
L’ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l’Islam.
Nell’aprile del 1913 infatti il direttore dell’Avanti! rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto “Nietzsche e il Corano”
Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era “una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana”, la quale si era convertita all’Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell’Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche.
Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest’ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam.
Un’altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent’anni più tardi parlerà anch’essa dell’Islam con Mussolini.
Sarà la “Sceriffa di Massaua”, Haleuia el-Morgani, discendente dell’Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell’Islam, la Tarîqa katmiyya.
Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la “Sceriffa di Massaua”, autorità islamica di primo piano dell’Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: “Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell’Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell’Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce.
Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi.
Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede”.
Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l’intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell’Italia con i paesi musulmani, e non solo con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa orientale.
Già nell’ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno, la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell’orbita fascista l’emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.
Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una “politica islamica” pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall’andamento dei rapporti dell’Italia con la Gran Bretagna.
Inoltre la “riconquista” della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell’Italia nei confronti del mondo musulmano.
Infine, l’influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.
Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell’Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante.
Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici.
Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba.
Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: “Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l’interesse degli Italiani (…)
Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia.
Di tutte le grandi potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Africa e all’Asia è l’Italia.
Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani.
Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e le nazioni dell’Oriente mediato e immediato (…) L’Italia può far questo.
Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l’Oriente e l’Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere.
Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l’espansione spirituale, politica, economica dell’Italia fascista”.
Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell’Agenzia d’Egitto e d’Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un’agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell’informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti.
Anche la nascita dell’Istituto per l’Oriente si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell’intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali.
La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l’anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell’Islam, riceve gli elogi delle autorità islamiche e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua:
“L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai Musulmani del mondo intero”.
Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, “negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba” continuava ad essere considerata “moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un’effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull’onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli ‘accordi di Pasqua’, Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari”.
Dopo l’entrata in guerra, la politica islamica dell’Italia assumerà nella strategia mussoliniana “un valore permanente e non meramente strumentale”, caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nord Africa la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: “L’alleato italiano (…) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell’Africa del Nord (…) perché i nostri amici islamici d’un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori”.
E’ dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l’Islam si consolida notevolmente.
La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all’affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam.
A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all’Italia una funzione mediterranea di “potenza islamica, vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam.
Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui “il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l’Islam del secolo ventesimo, e aggiunge: “l’offerta della Spada dell’Islam al Duce è il documento più probatorio che l’Islam vede nel Fascismo un qualcosa d’assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (…) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (…) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l’attenzione di tutto il mondo islamico (…)
L’Islam s’indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell’anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi”.
Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi.
E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all’ “Internazionale fascista” di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l’altro alla “saggezza del Corano” in opposizione alle “nefaste dottrine che propongono l’assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un’unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud”.
Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una “costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l’Islamismo” .
Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle.
Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito – An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l’iniziatore di René Guénon al Sufismo.
Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l’Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all’Islam.
Nell’aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: “L’Islam albanese (…) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l’Italia (…) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione”.
Una sua opera, pubblicata a Roma l’anno seguente, reca questo titolo significativo: “L’Islam vivente nel nuovo ordine mondiale”.
Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell’ONB, ex ufficiale medico, “fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico”.
I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.
Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana.
Il maggior poeta dell’India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all’Accademia d’Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell’Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che “ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea”.
Parlando della rigenerazione dell’Italia all’insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice:
“La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane.
Nello spirito dell’Islam vibra oggi la medesima ansia”.
Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista “entro le mura antiche della grande Roma” e celebra la ricomparsa dell’Impero: “Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare”.
Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un’azione solidale dell’Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî.
La celebre fotografia che lo ritrae in visita al “Covo” di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un’attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania.
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