L'ITALIA VISTA DAGLI STRANIERI..

venerdì 30 settembre 2011

E’ partita la caccia alle terre dell’Africa



Tecnicamente si chiama "land grabbing", accaparramento incontrollato delle terre. Per i più critici è semplicemente la svendita del Continente nero sotto forma di "neo-colonialismo".
Terminologie a parte, lo sfruttamento delle risorse naturali dell'Africa è un fenomeno che dura nei secoli ma che negli ultimi anni è in costante crescita. 
I protagonisti sono i governi locali, non molto sensibili alle esigenze delle comunità rurali, i colossi internazionali ed i Governi stranieri di mezzo mondo. In cima al podio Cina, Corea del Sud, India ed i paesi ricchi del Golfo
 
Si calcola che dal 2001 ad oggi circa 227 milioni di ettari di terra (pari all'intera Europa nord-occidentale) siano stati venduti, affittati o permangono sotto negoziato.
 
In pericolo ci sono le comunità più povere che perdono case e mezzi senza ricevere un adeguato sistema di ricompense. E' quanto emerge da un recente rapporto di Oxfam Italia, dal titolo "La nuova corsa all'oro", elaborato insieme ad altre Ong riunite nella Land Matrix Partnership
 
Spiega la portavoce Elisa Bacciotti in un'intervista rilasciata al Sole 24 Ore"Non si tratta spesso di land grabbing, ma dietro le acquisizioni si cela spesso un fenomeno. La scarsa trasparenza e la segretezza che circonda le compravendite di terra rendono difficile calcolare i numeri"
 
Secondo i dati di Oxfam Italia, su 1.100 accordi relativi all'acquisizione di 67 milioni di ettari, il 50% è avvenuto in Africa (più del 70% a fini agricoli). Il trend è aumentato a partire dal 2008, con rincari vertiginosi delle commodities alimentari. 
 
Sempre Elisa Bacciotti spiega che questi fattori provocano "una crescente insicurezza alimentare di alcuni Stati, una domanda crescente per i bio-carburanti, uniti alla necessità di effettuare investimenti sicuri in una risorsa dal sicuro aumento di valore come la terra e al cambiamento climatico che riduce la quantità e la qualità di terreni coltivabili"
 
Ma quali sono le risorse che producono le potenze straniere? Per esempio il Qatar dispone di ingenti fondi derivanti dalla vendita di gas, ma sulla sua superificie possiede solo l'1% di terreni fertili. L'acquisto di 40 mila ettari in Kenya destinati ai cereali e di lande in Sudan per grano e riso, seguono un disegno preciso. 
 
L'Arabia Saudita, per conservare le sue scarse risorse idriche, ha scelto di affittare mezzo milione di ettari di terre in Tanzania. Durata del contratto: 99 anni
 
Il nuovo Sudan del Sud è stato subito preso di mira dal "land grabbing": tra il 2007 ed il 2010 società straniere, Governi e privati si sono impossessati di 2,6 milioni di ettari di terreno da destinare ad agricoltura, biofuel e legname. Un'area grande quanto il Rwanda, il 10% di un paese dove la malnutrizione raggiunge vette drammatiche. 
 
Anche l'Etiopia, coinvolta nella recente grave crisi alimentare del Corno d'Africa, sta utilizzando alcune delle sue terre più fertili per concessione ad investitori stranieri e per produrre cereali da esportazione. 
 
Il valore finanziario è fondamentale, come precisa Lorenzo Cotuladell'International Institute for environment and development:"Crescita demografica e cambiamenti nei consumi a livello globale tenderanno a far aumentare i prezzi delle agricultural commodities e quindi le aspettative di guadagno del settore agricolo". La Cina ne è consapevole. 
 
Nel 2008 ha comprato 107 mila ettari di terra in Zimbawe e ha trasferito 10.000 lavoratori in Mozambico per incrementare la produzione di riso.

http://www.agoravox.it/E-partita-la-caccia-alle-terre.html
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giovedì 29 settembre 2011

Bambina down assente nella foto-ricordo della scuola

A volte ci si chiede con stupore mista ad amarezza se è possibile che, nel 2011, a scuola, degli insegnanti - che sono poi, anche educatori - possano agire in modo da manifestare pregiudizi verso un bambino "diversamente abile"...
Possiamo augurarci che le motivazioni addotte dai docenti stessi in merito alla questione che ora esporremo, siano vere e che alla base non ci sia un comportamento sbagliato frutto di una convinzione ancora più sbagliata.
Sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi c'è un articolo su una bambina di Senise (Potenza), affetta da Sindrome di Down, che, a parere dei genitori, è stata vittima di una "scorrettezza" da parte degli insegnanti della scuola elementare da lei frequentata l'anno prima (la piccola frequenta attualmente la prima media).
In cosa consiste la scorrettezza?
 
Come sempre accade in ogni scuola, a fine ciclo di studi (ma anche a fine anno scolastico) ogni classe si fa scattare una foto-ricordo, che poi viene incorniciata e donata all'alunno e alle famiglie, in memoria della propria classe, dei compagni e dei maestri avuti per 5 anni.
 
Anche alla bimba è stata data una bella foto con i compagnetti... ma quale stupore ha colto i genitori quando casualmente hanno coperto, tempo dopo, che la loro figlioletta non compariva nelle foto-ricordo in possesso degli altri scolari della stessa classe; insomma, le foto erano diverse!
 
Ovviamente, la cosa è stata fatta presente agli ex-insegnanti della bambina, i quali si sono giustificati in questo modo: "nella foto data alla bimba non tutti i bambini son venuti bene, quindi si è pensato di rifarne un'altra; ma il giorno in cui è stata scattata la seconda foto, l'alunna non era presente a scuola, di conseguenza non compare in foto; ci dispiace se abbiamo agito con superficialità, ma non c'è stata malafede". Questa, in poche parole, la posizione dei docenti.
 
Qualcuno potrà crederci e pensare che davvero si sia trattato di una svista; qualcun altro scuoterà il capo con disapprovazione, pensando che ci troviamo ancora una volta davanti all'ennesimo caso di un'integrazione "mutilata" dei diversamente abili.
 
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sabato 10 settembre 2011

QUALI ERANO GLI EFFETTIVI RAPPORTI TRA FASCISMO E ISLAM?


Forse non tutti sanno che la prima richiesta di edificazione della M oschea di Roma pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora.
Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l’autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell’Islam getta molta acqua su questa leggenda.
Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all’edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto ‘costernato’ alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità”.
L’informazione, desunta da un articolo del Turkish Daily Newsdel 25 ottobre 2000, concorda in sostanza con quanto ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d’Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l’idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile.
(Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell’epoca si era dichiarato contrario all’edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).
Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l’interesse di Mussolini per l’Islam potrebbe avere “le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell’Islam vergate da Nietzsche”.
L’ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l’Islam.
Nell’aprile del 1913 infatti il direttore dell’Avanti! rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto “Nietzsche e il Corano”
Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era “una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana”, la quale si era convertita all’Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell’Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche.
Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest’ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam.
Un’altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent’anni più tardi parlerà anch’essa dell’Islam con Mussolini.
Sarà la “Sceriffa di Massaua”, Haleuia el-Morgani, discendente dell’Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell’Islam, la Tarîqa katmiyya.
Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la “Sceriffa di Massaua”, autorità islamica di primo piano dell’Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: “Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell’Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell’Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce.
Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi.
Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede”.
Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l’intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell’Italia con i paesi musulmani, e non solo con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa orientale.
Già nell’ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno, la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell’orbita fascista l’emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.
Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una “politica islamica” pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall’andamento dei rapporti dell’Italia con la Gran Bretagna.
Inoltre la “riconquista” della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell’Italia nei confronti del mondo musulmano.
Infine, l’influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.
Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell’Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante.
Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici.
Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba.
Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: “Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l’interesse degli Italiani (…)
Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia.
Di tutte le grandi potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Africa e all’Asia è l’Italia.
Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani.
Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e le nazioni dell’Oriente mediato e immediato (…) L’Italia può far questo.
Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l’Oriente e l’Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere.
Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l’espansione spirituale, politica, economica dell’Italia fascista”.
Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell’Agenzia d’Egitto e d’Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un’agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell’informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti.
Anche la nascita dell’Istituto per l’Oriente si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell’intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali.
La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l’anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell’Islam, riceve gli elogi delle autorità islamiche e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua:
“L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai Musulmani del mondo intero”.
Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, “negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba” continuava ad essere considerata “moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un’effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull’onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli ‘accordi di Pasqua’, Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari”.
Dopo l’entrata in guerra, la politica islamica dell’Italia assumerà nella strategia mussoliniana “un valore permanente e non meramente strumentale”, caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nord Africa la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: “L’alleato italiano (…) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell’Africa del Nord (…) perché i nostri amici islamici d’un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori”.
E’ dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l’Islam si consolida notevolmente.
La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all’affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam.
A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all’Italia una funzione mediterranea di “potenza islamica, vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam.
Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui “il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l’Islam del secolo ventesimo, e aggiunge: “l’offerta della Spada dell’Islam al Duce è il documento più probatorio che l’Islam vede nel Fascismo un qualcosa d’assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (…) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (…) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l’attenzione di tutto il mondo islamico (…)
L’Islam s’indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell’anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi”.
Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi.
E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all’ “Internazionale fascista” di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l’altro alla “saggezza del Corano” in opposizione alle “nefaste dottrine che propongono l’assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un’unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud”.
Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una “costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l’Islamismo” .
Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle.
Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito – An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l’iniziatore di René Guénon al Sufismo.
Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l’Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all’Islam.
Nell’aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: “L’Islam albanese (…) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l’Italia (…) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione”.
Una sua opera, pubblicata a Roma l’anno seguente, reca questo titolo significativo: “L’Islam vivente nel nuovo ordine mondiale”.
Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell’ONB, ex ufficiale medico, “fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico”.
I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.
Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana.
Il maggior poeta dell’India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all’Accademia d’Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell’Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che “ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea”.
Parlando della rigenerazione dell’Italia all’insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice:
“La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane.
Nello spirito dell’Islam vibra oggi la medesima ansia”.
Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista “entro le mura antiche della grande Roma” e celebra la ricomparsa dell’Impero: “Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare”.
Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un’azione solidale dell’Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî.
La celebre fotografia che lo ritrae in visita al “Covo” di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un’attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania.
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sabato 3 settembre 2011

Gaetano Saya dichiara guerra agli ebrei italiani.


Un grave episodio è accaduto durante una puntata de La Zanzara su Radio 24 , un programma condotto Giuseppe Cruciani ; ospite della puntata era Capo degli Ultranazionalisti Italiani , Gaetano Saya , quest'ultmo ha inslultato la spalla del programma , l'altro coocondutore David Parenzo con frasi ofensive e di cattivo gusto.

Durante la puntata è intervenuto anche il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici e questo ha fatto innervosire ancora di più il siciliano Saya infatti sono bastate solo poche parole del romano per far scattare la furia del capo degli Ultranazionalisti Italiani , infatti Gaetano Saya ha detto a Riccardo Pacifici " Vattene a Gerusalemme a comandare , io sono a casa mia"

Una cosa gravissima per i diritti umani e se l'Italia assieme a Saya vuole esportare la sua democrazia nel mondo , forse deve imparare a rispettare le minoranze linguistiche e religiose ,
ma la cosa più grave è che Gaetano Saya forse non sa che Pacifici è un cittadino italiano , ma di religione ebraica.

L'Italia sta diventando come alcune dittature islamiche degli anni 50 dove era pericoloso dicchiarare un'altra religione diversa da quella islamica.

Riccardo Saya ha anche creato un sito dove inizialmente presenta come amici gli israeliani ma poi usa la stessa tecnica di Benito Mussolini dove inizialmente aveva molti ebrei in parlamento e in seguito li fece uccidere e farli emigrare dall'Italia perchè accusati di manipolare l'economia italiana e la stampa.
Secondo lui la colpa è del giornale La Repubblica che vuole far cadere il governo Berlusconi.

Ogni volta che l'economia italiana va male , si cerca di dare la colpa agli immigrati o agli ebrei.

Il video è visibile qui su youtube (si avvisa che il video contiene delle parolacce)

http://www.youtube.com/watch?v=JDHdpJG0gc4


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