La città all'alba del 2010 si sveglia multietnica, anziana e con 1500 residenti in più
emanuela minucci
torino
Millecinquecento abitanti in più. Torino, all’alba del 2010, si è svegliata un po’ più grande - e la tendenza a crescere, seppur lentamente, continua da quattro anni - grazie al costante arrivo di stranieri.
Basti pensare che su un totale di 910.864 residenti (lo scorso anno eravamo 909.345) ben 51.217 sono romeni, la nazione più rappresentata sotto la Mole. È la Torino edizione 2010, così come la raccontano gli sportelli dell’anagrafe diretti dall’assessorato di Michele Dell’Utri. La popolazione continua a crescere nonostante le nascite continuino a calare: erano 8.408 nel 2008, scendono a 8.359 quest’anno. Il saldo attivo della popolazione, dunque, si deve soprattutto all’arrivo di 21.457 immigrati a fronte di 18.390 emigrati. Il piccolo salto in avanti è dovuto anche alle nuove coppie di torinesi costituite da stranieri che si danno da fare per riempire le culle.
E siamo ai matrimoni: il 25 per cento di quelli celebrati l’anno scorso - il rito civile ha battuto di 300 unità quello religioso - hanno coinvolto coppie di nazionalità mista o entrambi stranieri. Si nasce meno sotto la Mole, ma in compenso diminuiscono anche i decessi: 9.321 contro i 9.606 dell’anno precedente. Dal momento che negli ultimi vent’anni sono nati sempre meno bambini - e, contemporaneamente, si è innalzata l’età media dei decessi - va da sé che Torino veda aumentare la percentuale di anziani. Qui, ogni 100 giovani ci sono 218 ultrasessantacinquenni e gli anziani ormai, toccano quota 232.704 su un totale di 910.864 cittadini.
Che la vita media si sia allungata non è certo una novità, ma il Comune dovrà riflettere sulla serie storica di questi numeri: nel 1971 infatti gli over-sessantacinque erano soltanto il 10,80 per cento. Torino è anche una città ad alto tasso di single: 12 mila in più, in soli tre anni. Nel 2008 erano 184.182, nel 2009 questa cifra è lievitata a 191.129 e ora siamo a 192.629.
«La Torino di fine 2009 - fa notare il demografo Mauro Reginato - non è tanto diversa da quella del 2008. Il saldo contabile vede, rispetto allo scorso anno, 49 nati e 285 morti in meno, una differenza positiva di 2.424 nelle registrazioni anagrafiche, un risultato finale di 910.864 residenti, 1519 in più del 2008». Annota: «È una città che ha vissuto negli ultimi trent’anni due lunghe fasi opposte, repulsiva la prima fino agli Anni 90, attrattiva la seconda fino al 2006, ed ora, forse, ha cominciato una terza fase di stabilità caratterizzata da qualche movimento».
Aggiunge: «È un movimento che coinvolge sia gli italiani sia gli stranieri. Quasi 21.500 nuovi ingressi, che riguardano per il 46% i primi e per il 54% i secondi; 18.400 quelli che hanno deciso di abbandonare la città, 86% italiani e 16% stranieri. Buono l’andamento dei nati che, seppur complessivamente di numero inferiore a quelli dello scorso anno, rispetteranno la tendenza in crescita dei nati da madri straniere (più di un terzo nel 2008)». Il demografo fa anche notare che nel 2006 era stato raggiunto l’equilibrio fra i matrimoni civili e quelli religiosi; mentre il 2007 sarà ricordato per il sorpasso delle unioni civili sulle religiose: il 2008 come la conferma, il 2009 come l’avvio di un trend». È il segno di una trasformazione avvenuta in tempi molto brevi, se si pensa che all’inizio del nuovo secolo solo un terzo dei matrimoni era di rito civile, e nel 1970 lo era solo il 6 per cento.
«Torino, allora - conclude Reginato - si presenta al 2010 con un volto a tratti simile e a tratti diverso da quello che aveva a iinizio 2009. La struttura demografica della città è rimasta quasi immutata. Nei movimenti interni, invece, s’intravede una certa vitalità».
FONTE http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/112052/
L'ITALIA VISTA DAGLI STRANIERI..
mercoledì 6 gennaio 2010
Sciopero degli stranieri: Facebook lancia l'iniziativa
Su Facebook si sta diffondendo l'iniziativa ideata da un gruppo di donne volte a organizzare uno sciopero degli stranieri, per capire l'Italia come farebbe senza l'apporto degli immigrati.
articolo del 05 gennaio 10
Facebook e non solo per diffondere l'iniziativa lanciata da un gruppo di donne straniere e italiane. Si tratta di uno "sciopero degli immigrati", previsto per il 1° marzo, in concomitanza con un evento analoga organizzata in Francia.
Il tutto nasce a Milano. I lavoratori stranieri in Italia sono 4,5 milioni. Se un giorno tutti quanti si fermassero, cosa succederebbe? Gli organizzatori focalizzano l'attenzione anche sul diritto in sè. Lo sciopero è concesso davvero agli stranieri? Parere comune è che in caso di iniziative del genere gli immigrati diventano ricattabili dai datori di lavoro.
Il gruppo su Facebook ha avuto un discreto successo: circa 6mila gli iscritti.
"Noi ci proviamo, il nostro obiettivo è lo sciopero, chi non potrà astenersi dal lavoro potrà aderire simbolicamente in un altro modo, ad esempio astenendosi dagli acquisti, indossando un capo di abbigliamento particolare oppure un segno di riconoscimento, come un nastro o una spilletta": queste le parole di Stefania Ragusa, un delle organizzatrici per l'Italia.
"Abbiamo ricevuto il sostegno a titolo personale da parte di esponenti del mondo politico e sindacale", aggiunge, "come quella di Giuseppe Civati, consigliere Pd in Lombardia, ma la nostra è una protesta che nasce dalla società civile". Il fine è "vedere e toccare con mano cosa succederebbe se tornassero davvero a casa loro".
fonte : http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Sciopero_degli_stranieri:_Facebook_lancia_l%27iniziativa-17531
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articolo del 05 gennaio 10
Facebook e non solo per diffondere l'iniziativa lanciata da un gruppo di donne straniere e italiane. Si tratta di uno "sciopero degli immigrati", previsto per il 1° marzo, in concomitanza con un evento analoga organizzata in Francia.
Il tutto nasce a Milano. I lavoratori stranieri in Italia sono 4,5 milioni. Se un giorno tutti quanti si fermassero, cosa succederebbe? Gli organizzatori focalizzano l'attenzione anche sul diritto in sè. Lo sciopero è concesso davvero agli stranieri? Parere comune è che in caso di iniziative del genere gli immigrati diventano ricattabili dai datori di lavoro.
Il gruppo su Facebook ha avuto un discreto successo: circa 6mila gli iscritti.
"Noi ci proviamo, il nostro obiettivo è lo sciopero, chi non potrà astenersi dal lavoro potrà aderire simbolicamente in un altro modo, ad esempio astenendosi dagli acquisti, indossando un capo di abbigliamento particolare oppure un segno di riconoscimento, come un nastro o una spilletta": queste le parole di Stefania Ragusa, un delle organizzatrici per l'Italia.
"Abbiamo ricevuto il sostegno a titolo personale da parte di esponenti del mondo politico e sindacale", aggiunge, "come quella di Giuseppe Civati, consigliere Pd in Lombardia, ma la nostra è una protesta che nasce dalla società civile". Il fine è "vedere e toccare con mano cosa succederebbe se tornassero davvero a casa loro".
fonte : http://magazine.ciaopeople.com/Cellulari_Web-10/Facebook-1000021/Sciopero_degli_stranieri:_Facebook_lancia_l%27iniziativa-17531
martedì 15 dicembre 2009
Viaggio nel paese di White Christmas
Bossi: tutto legale. Bagnasco: accoglienza, è il dna della Chiesa
Gli amministratori di Coccaglio: abbiamo speso più per gli stranieri che per gli italiani
Viaggio nel paese di White Christmas "I nostri figli hanno troppi amici neri"
COCCAGLIO (Brescia) - Un anno fa, per John, il Bianco Natale è stato il concerto gospel nella parrocchia Santa Maria Nascente. È stato quelle lunghe notti di prove con i suoi amici del centro storico, ghanesi come lui, e coi senegalesi che arrivavano in chiesa dai condomini di via Castrezzato, gli unici palazzi in questo comune tutto ville e villette. "Un anno fa - dice ora John - il Bianco Natale era anche la mia festa. Io sono cristiano. Avevamo organizzato il concerto perché sappiamo che quel tipo di musica gli italiani la conoscono poco, la vedono solo in televisione". Poi John smette di parlare. Affonda il mento nella sua sciarpa rossa, gialla e verde come la bandiera del suo paese. "Quest'anno invece ci dicono che a Natale dobbiamo andare via".
A Coccaglio, il comune bresciano che con l'operazione "White Christmas" ha inaugurato la caccia al clandestino in nome del Natale, John e i suoi amici sono ormai un quinto della popolazione. Negli uffici del municipio c'è un grafico affisso al muro, che si arrampica ripidamente verso l'alto e mostra il terremoto etnico degli ultimi dieci anni. Aprile '98, 177 stranieri. Aprile 2009, 1583, su poco meno di settemila abitanti. Un'onda di migrazione che ha invaso questo borgo antichissimo e il suo centro storico che sembra rimasto immobile nel suo passato. Col castello romano ricamato di luci, la vecchia pieve dove ogni tanto si celebra messa, il monumento al madrigalista del '500 Luca Marenzio, proprio al centro della piazza che dal musicista prende il nome e divide due pezzi di città. Da una parte la caffetteria Ketty e il bar Al centro, vetrine lucide, arredi pettinati, clientela da middle-class di provincia. Dall'altra il bar Castello, comprato e gestito dai cinesi, frequentato soprattutto da stranieri. "Il nome lo conoscevo, "White Christmas", ma sinceramente non ci ho mai fatto caso - dice Romina, dietro il bancone della caffetteria Ketty - il problema è che del Natale a loro non gliene frega niente. Il nome forse è sbagliato, ma l'operazione, quella no. Loro qui non ci vengono. Perché fortunatamente con gli immigrati non ho mai attaccato". Il bar è un posto tranquillo. Entrano ed escono i clienti. Quattro sono seduti al tavolo. Arriva anche Monica, l'estetista del negozio accanto. "I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l'altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?". Ma una ragione vera non c'è. "Mi chiede perché? Perché no. Non mi va. Non mi vanno nemmeno i loro genitori".
Mentre nel paese si discute e si commenta, l'amministrazione ha scelto il silenzio. Il segretario della Lega Nord Umberto Bossi dice che "il Comune ha applicato la legge, anche se non c'era bisogno di chiamare l'operazione "White Christmas", si poteva chiamare "Natale controllo della regolarità". E il sindaco Franco Claretti e l'assessore alla Sicurezza Claudio Abiendi, "leghisti dalla fondazione del partito", preferiscono non commentare. "Aspettiamo che Maroni riferisca in Parlamento, poi faremo anche qui una conferenza stampa" dice l'unico rappresentante in municipio dell'amministrazione, l'assessore alle politiche sociali Agostino Pedrali. "Da quando ci siamo insediati, a giugno, abbiamo speso più per gli stranieri che per gli italiani: 89mila euro contro 43mila". "Solo propaganda - replica il capogruppo del centrosinistra, Claudio Rossi - Su 150 alloggi da assegnare, solo due sono andati a stranieri".
Sui controlli in nome del Natale che hanno fatto indignare la politica e i cattolici, il presidente della Cei, il cardinal Angelo Bagnasco, di nuovo ha spiegato che "la Chiesa ha nel suo dna più profondo, sull'esempio della luce di Gesù Cristo, il tema dell'accoglienza, del dialogo. Questo non significa, assolutamente, andare contro la sicurezza, altro diritto e dovere di tutti cittadini". Per trovare un po' di dialogo basta spostarsi poco più in là, alla periferia del paese, in via Mattei, al bar tabaccheria May Day. In centro lo chiamano il "bar dei kosovari", ma a versare grappa e litigare con la macchinetta del caffè c'è Andrea Cavallini, "purissimo bresciano", la moglie, clienti italiani, albanesi, macedoni e kosovari. "Lavorano tutti, chi fa l'operaio, chi il muratore. Tutti in regola e lavoratori. Ma da qualche settimana sono tutti a spasso. I cantieri sono fermi per la crisi". Andrea, che è amico e un po' il padre di tutti i ragazzi slavi, si è tenuta la tabaccheria e ha ceduto a loro il bar. "A me l'iniziativa non è piaciuta. Ma il metodo è terribile. Ti spediscono una lettera, se non rispondi entrano in casa, vedono se hai clandestini. Si faceva così ai tempi del Duce, lo faceva anche Stalin. Vogliamo tornare lì?". Se chiedi ai giovani kosovari dell'operazione "White Christmas" smettono di giocare a calcio balilla e spengono i sorrisi.
"Il problema non sono i controlli e nemmeno il nome - dice Mergan - è il momento. Perché ora c'è il rischio che con la perdita di lavoro si perda anche la possibilità di rinnovare i documenti. È vero, c'è il sussidio di disoccupazione. Ma si può chiedere una sola volta. Poi, dopo, cosa si fa con la moglie e i figli che sono nati qui, a Coccaglio". Mergan ha 38 anni, è arrivato in provincia di Brescia undici anni fa, si è sposato e ha ora quattro ragazzi. La sua è la storia di tanta immigrazione, impiegata nei cantieri edili tra Bergamo e Brescia, alla Scab che produce mobili, alla Bialetti delle famose caffettiere, nelle tante officine meccaniche. "Non lavoro da mesi - dice Megan - . Sono gli italiani a non chiamarmi più. Se va avanti così, e poi un giorno vengono a farmi un controllo, cosa succede?".
fonte : http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/viaggio-paese/viaggio-paese.html
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Gli amministratori di Coccaglio: abbiamo speso più per gli stranieri che per gli italiani
Viaggio nel paese di White Christmas "I nostri figli hanno troppi amici neri"
COCCAGLIO (Brescia) - Un anno fa, per John, il Bianco Natale è stato il concerto gospel nella parrocchia Santa Maria Nascente. È stato quelle lunghe notti di prove con i suoi amici del centro storico, ghanesi come lui, e coi senegalesi che arrivavano in chiesa dai condomini di via Castrezzato, gli unici palazzi in questo comune tutto ville e villette. "Un anno fa - dice ora John - il Bianco Natale era anche la mia festa. Io sono cristiano. Avevamo organizzato il concerto perché sappiamo che quel tipo di musica gli italiani la conoscono poco, la vedono solo in televisione". Poi John smette di parlare. Affonda il mento nella sua sciarpa rossa, gialla e verde come la bandiera del suo paese. "Quest'anno invece ci dicono che a Natale dobbiamo andare via".
A Coccaglio, il comune bresciano che con l'operazione "White Christmas" ha inaugurato la caccia al clandestino in nome del Natale, John e i suoi amici sono ormai un quinto della popolazione. Negli uffici del municipio c'è un grafico affisso al muro, che si arrampica ripidamente verso l'alto e mostra il terremoto etnico degli ultimi dieci anni. Aprile '98, 177 stranieri. Aprile 2009, 1583, su poco meno di settemila abitanti. Un'onda di migrazione che ha invaso questo borgo antichissimo e il suo centro storico che sembra rimasto immobile nel suo passato. Col castello romano ricamato di luci, la vecchia pieve dove ogni tanto si celebra messa, il monumento al madrigalista del '500 Luca Marenzio, proprio al centro della piazza che dal musicista prende il nome e divide due pezzi di città. Da una parte la caffetteria Ketty e il bar Al centro, vetrine lucide, arredi pettinati, clientela da middle-class di provincia. Dall'altra il bar Castello, comprato e gestito dai cinesi, frequentato soprattutto da stranieri. "Il nome lo conoscevo, "White Christmas", ma sinceramente non ci ho mai fatto caso - dice Romina, dietro il bancone della caffetteria Ketty - il problema è che del Natale a loro non gliene frega niente. Il nome forse è sbagliato, ma l'operazione, quella no. Loro qui non ci vengono. Perché fortunatamente con gli immigrati non ho mai attaccato". Il bar è un posto tranquillo. Entrano ed escono i clienti. Quattro sono seduti al tavolo. Arriva anche Monica, l'estetista del negozio accanto. "I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l'altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?". Ma una ragione vera non c'è. "Mi chiede perché? Perché no. Non mi va. Non mi vanno nemmeno i loro genitori".
Mentre nel paese si discute e si commenta, l'amministrazione ha scelto il silenzio. Il segretario della Lega Nord Umberto Bossi dice che "il Comune ha applicato la legge, anche se non c'era bisogno di chiamare l'operazione "White Christmas", si poteva chiamare "Natale controllo della regolarità". E il sindaco Franco Claretti e l'assessore alla Sicurezza Claudio Abiendi, "leghisti dalla fondazione del partito", preferiscono non commentare. "Aspettiamo che Maroni riferisca in Parlamento, poi faremo anche qui una conferenza stampa" dice l'unico rappresentante in municipio dell'amministrazione, l'assessore alle politiche sociali Agostino Pedrali. "Da quando ci siamo insediati, a giugno, abbiamo speso più per gli stranieri che per gli italiani: 89mila euro contro 43mila". "Solo propaganda - replica il capogruppo del centrosinistra, Claudio Rossi - Su 150 alloggi da assegnare, solo due sono andati a stranieri".
Sui controlli in nome del Natale che hanno fatto indignare la politica e i cattolici, il presidente della Cei, il cardinal Angelo Bagnasco, di nuovo ha spiegato che "la Chiesa ha nel suo dna più profondo, sull'esempio della luce di Gesù Cristo, il tema dell'accoglienza, del dialogo. Questo non significa, assolutamente, andare contro la sicurezza, altro diritto e dovere di tutti cittadini". Per trovare un po' di dialogo basta spostarsi poco più in là, alla periferia del paese, in via Mattei, al bar tabaccheria May Day. In centro lo chiamano il "bar dei kosovari", ma a versare grappa e litigare con la macchinetta del caffè c'è Andrea Cavallini, "purissimo bresciano", la moglie, clienti italiani, albanesi, macedoni e kosovari. "Lavorano tutti, chi fa l'operaio, chi il muratore. Tutti in regola e lavoratori. Ma da qualche settimana sono tutti a spasso. I cantieri sono fermi per la crisi". Andrea, che è amico e un po' il padre di tutti i ragazzi slavi, si è tenuta la tabaccheria e ha ceduto a loro il bar. "A me l'iniziativa non è piaciuta. Ma il metodo è terribile. Ti spediscono una lettera, se non rispondi entrano in casa, vedono se hai clandestini. Si faceva così ai tempi del Duce, lo faceva anche Stalin. Vogliamo tornare lì?". Se chiedi ai giovani kosovari dell'operazione "White Christmas" smettono di giocare a calcio balilla e spengono i sorrisi.
"Il problema non sono i controlli e nemmeno il nome - dice Mergan - è il momento. Perché ora c'è il rischio che con la perdita di lavoro si perda anche la possibilità di rinnovare i documenti. È vero, c'è il sussidio di disoccupazione. Ma si può chiedere una sola volta. Poi, dopo, cosa si fa con la moglie e i figli che sono nati qui, a Coccaglio". Mergan ha 38 anni, è arrivato in provincia di Brescia undici anni fa, si è sposato e ha ora quattro ragazzi. La sua è la storia di tanta immigrazione, impiegata nei cantieri edili tra Bergamo e Brescia, alla Scab che produce mobili, alla Bialetti delle famose caffettiere, nelle tante officine meccaniche. "Non lavoro da mesi - dice Megan - . Sono gli italiani a non chiamarmi più. Se va avanti così, e poi un giorno vengono a farmi un controllo, cosa succede?".
fonte : http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/viaggio-paese/viaggio-paese.html
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